Il leader e gli altri: il concetto di inclusione dalla politica al management

Il leader come costruttore di identità. L’eredita della politica, un contributo perfezionato da millenni di storia.

Il leader e gli altri: il concetto di inclusione dalla politica al management

Il concetto di leadership viene attualmente trattato soprattutto in un contesto di management. La letteratura più recente illustra le caratteristiche del leader aziendale, offre consigli per qualsiasi imprenditore che voglia dare una svolta alla gestione di una realtà imprenditoriale, a prescindere dalla sua grandezza.

Il “leader d’azienda” non può prescindere dal contributo che la politica ha consegnato ai posteri circa il concetto di leadership. Attingere a piene mani dal tessuto di esperienza maturate in ambito politico non deve essere percepita come una stravaganza degli anni più recenti. Da sempre, e in special modo dal XIX secolo in poi, il testo “L’arte della guerra” di Sun Tzu, ha funto da ispirazione capi di qualsiasi genere, anche per gli imprenditori. Se consideriamo che il libro è stato scritto nel V secolo a.C ed era riservato agli amministratori e ai militari, si comprende la portata del contributo che la politica ha dato e può dare al management.

Uno dei concetti che deriva dalla dottrina della potere politico e che può essere utilizzato dagli imprenditori è l’identità. Nella storia, a prescindere dall’epoca o dalla zona geografica, persino dalle caratteristiche di tipo culturale, il leader è sempre stato un capo in grado di assegnare una precisa identità al suo popolo, dare allo stesso un confine ben delineato, una missione unica. Quando un leader si comporta in questo modo, quindi fa leva sull’elemento identitario, governa a prescindere dai vincoli di governo, dalle forme istituzionali. Acquisisce, in estrema sintesi, una legittimazione che viene dal basso e quindi forte per definizione.

Gli esempi sono numerosi. Pensiamo a Pericle, che ha circoscritto i confini dell’identità greca e l’ha sapientemente comunicata (si veda il discorso agli ateniesi sulla democrazia, riportato da Pericle) e questo senza presiedere formalmente a nessuna istituzione. Pensiamo a Napoleone, che non ha schiacciato i francesi sotto il tallone dell’esercito ma li ha resi protagonisti come popolo, e nello specifico come popolo della Rivoluzione Francese. Pensiamo anche agli esempi negativi, come i totalitarismi: Hitler avrebbe avuto un controllo così saldo della Germania se non avesse fatto leva sui sentimenti di identità, arricchiti dalla concezione di una missione (dominare sugli popoli)? Pensiamo, infine, a personalità come Fidel Castro, sul quale la storia deve ancora pronunciarsi, che ha mantenuto il potere contro tutto e contro tutti, nonostante il crollo dell’URSS e l’embargo, anche e soprattutto grazie alla creazione di identità cubana che prima di lui semplicemente non esisteva.

Quale insegnamento può trarre il politico aziendale da tutto questo? Semplice: che trasformare la propria azienda in una comunità, con una precisa identità e un altrettanto precisa missione ne aumenta l’efficacia e spiana la strada per il successo, per il superamento di ogni difficoltà. E’ compito del leader disegnare un confine, includere tutti, tracciare una strada e guidare i suoi nel percorso.

Non è un caso che i più grandi leader aziendali abbiano fatto leva su questo tipo di sentimento. Fare parte di Google vuol dire entrare in una comunità con dei precisi valori, che può prendersi anche molto sul serio. Lo stesso vale per Facebook e Amazon. E non è un caso che il processo abbia avuto un impronta personalistica. Larry Page, Mark Zuckerberg, Jeff Bezos: c’è la loro firma nel processo che ha trasformato le loro aziende in comunità, in pezzi di mondo riconoscibile per sistema valoriale e obiettivi. Hanno semplicemente compiuto – egregiamente verrebbe da dire – il proprio dovere di leader.

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